Cupido

Saltarello

Cupido

 

DANZA STORICA

A cura di Armida Di Garbo

Parlare di danza storica, per noi del gruppo “ Ianua temporis”, vuol dire parlare della passione che ci ha fatto conoscere e che, considerando anche le precedenti esperienze, ci unisce ormai da parecchi anni. Non sembrandoci opportuno, in questa sede, stilare un riduttivo trattato di storia della danza antica (per approfondire la quale possiamo rimandare alla notevole bibliografia in proposito, cui tutti gli appassionati fanno riferimento), ci limiteremo a dare informazioni sulla effettiva attività di danzatrici e danzatori del nostro gruppo.

Innanzitutto diremo che fanno parte del nostro interesse sia le danze del Medioevo, sia rinascimentali, fino a lambire il secolo XVII, sebbene il nostro ambito preferito sia quello delle coreografie trascritte dai primi Maestri di Danza del Quattrocento. Inoltre, il nostro repertorio comprende parimenti danze popolane sacre e profane, che, con la loro vivacità ed immediatezza, incontrano spesso anche il favore di un pubblico meno abituato a questo tipo di esibizioni.

All'origine delle nostre esecuzioni c'è lo studio delle fonti, come ci è stato inculcato dalla nostra prima insegnante e coreografa, Federica Calvino Prima.

Proprio l’impostazione di ricostruzione filologica e il costante riferimento alle fonti costituiscono assieme un punto di forza ed un problema, perché, se per quel che riguarda la danza medievale fino al sec. XV è possibile reperire ricche informazioni sia letterarie (dai trovatori provenzali a Dante, poi a Boccaccio e ai poeti del Dolce Stil Novo e così via), sia iconografiche (che ci documentano l’uso di danze popolane sacre e profane, nonché della consuetudine della danza nelle classi nobili durante feste, conviti e tornei), arrivando spesso ad avere nei codici le musiche complete dell’antica notazione, purtroppo non disponiamo né di descrizioni, né di trattati che ce ne illustrino le coreografie.

Ecco allora che, per le danze più antiche che conosciamo (le cosiddette “pellegrine”, danze sacre che venivano eseguite dai pellegrini durante il loro viaggio e soprattutto all’arrivo ai santuari), non avendo che i  testi e le musiche riportate nelle famose raccolte delle Cantigas de Santa Maria di Alfonso X e del Llibre Vermell (rispettivamente risalenti ai secoli XIII e XIV,) le nostre coreografie, quasi tutte in cerchio, sono ovviamente frutto di ricostruzione, basandosi anche su qualche citazione più specifica e soprattutto sulle consuetudini coreutiche che si ritrovano anche in altri ambiti e in periodi posteriori.

Anche per quanto concerne le danze cortesi e popolane del Trecento, purtroppo, non disponiamo di descrizioni di passi, ma semmai di pregevoli raffigurazioni di uomini e donne che danzano, per lo più in tondo, a catena o in coppia. Citiamo una per tutte la ben nota rappresentazione( presumibilmente una Carola o Farandola) delle fanciulle che danzano nell’affresco con l’allegoria del "Buon Governo" nel Palazzo del comune di Siena (Ambrogio Lorenzetti, ante 1348), dove si potrebbe riconoscere lo schema tipico della cosiddetta “canzone a ballo”, con una figura che fa da corifeo, suonando il cembalo e cantando, mentre le altre danzano.

Abbiamo invece importanti codici (ad es. il manoscritto della British Library), che ci riportano musiche e nomi di danze di quest’epoca, come le Istampide, il Lamento di Tristano, il Salterello e la Manfredina, che spesso eseguiamo con coreografie ricostruite.

Dall’analisi del ritmo e della struttura musicale, comunque, si deduce che in tali danze si distinguevano il ballo vero e proprio (lento e cantabile) dalla rotta, variazione ritmica più vivace, in contrasto con il tema precedente. 

Arrivando invece al Quattrocento, le nostre ricostruzioni divengono assai più fedeli, perché abbiamo finalmente dei trattati che riportano l’esatta coreografia dei passi e ci documentano così anche l’importanza della danza nella società dell’Umanesimo e poi del Rinascimento.

Il primo Maestro di Danza che conosciamo è Domenico da Piacenza, che svolse la sua attività soprattutto a Ferrara, alla corte estense, ma anche a Milano e Forlì. A lui dobbiamo il trattato De arte saltandi et choreas ducendi, che fornisce preziose informazioni su passi, abbellimenti e atteggiamenti della danza quattrocentesca.

Dopo di lui, due suoi allievi, Guglielmo Ebreo da Pesaro, conosciuto anche come Giovanni Ambrosio, e Antonio Cornazano scrissero altri trattati, che riportano molte danze di Domenico, a volte rielaborate, oltre a balli di loro invenzione.

Da questi trattati deduciamo che le danze, come le precedenti medievali, erano divise in:

- bassa danza, con passi lenti e strisciati, in 6 tempi

- ballo, con alternanza di tempi diversi, passi di saltarello e coreografie differenti.

A queste raccolte appartengono danze che eseguiamo spesso: la Marchesana, il Cupido, l’Anello, il Rostiboli gioioso, il Leoncello e la Mercanzia, solo per citarne alcune.

Per quanto riguarda le danze rinascimentali, il nostro gruppo esegue soprattutto i famosi branles di Thoinot Arbeau, che, nella sua Orchèsografie, ci illustra con parole e figure tutti i passi di queste danze. Si tratta di danze a catena, aperta o chiusa, dai titoli come Branle dei cavalli, Branle d’Ecosse, Branle delle lavandaie e Branle degli eremiti, che ne svelano la chiara origine pantomimica.  Non mancano però le danze di coppia, come la Bergamasca, tipico esempio di danza da corteggiamento, in cui l’uomo e la donna si rincorrono in un’alternanza di passi, riverenze e saltarelli.

Terminiamo con alcune danze raccolte da John Playford nel 1650 (The English Dancing Master), le cosiddette countrys dances, danze nobili che si eseguivano spesso all’aperto, non disdegnando talvolta contaminazioni con passi delle più vivaci danze popolane dell’epoca. Fanno parte di questo genere : lo Spanish Gipsy, il Gatering Peascods, l’Happy Pair, il Picking of sticks e molte altre.

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